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domenica 22 novembre 2015

Nao deixe que o vento leve!


(il mio sottofondo)

Nella baia il mare era calmo.


Quel giorno Isabel decise di raggiungere la spiaggia al primo sfavillio rosso del tramonto. Lo spettacolo astrale si dipanava maestoso in ogni stanza dell'universo. Una caterva di veli blu-azzurro sospesi al soffitto del cielo carminio facevano sperare in un indomani sereno e celeste. 



Sulla torretta color mattone della sua minuscola casa sul mare, si sentiva infinitamente piccola. La corrente frizzantina dall'orizzonte portava con sè una salinità sottile, gradevole e femminile aroma di mare. Scese lenta i gradini del terrazzino, si avvolse stretta il copricostume e guardò i suoi piedi affondare nella sabbia calda e bianca. La sua ultima relazione si era conclusa così, sepolta in poco tempo, come pezzi di coccio gettati e affondati nell'oceano. Non era rimasto niente di saldo, neanche il tuffo di quei centomila frammenti di cuore.
Sulla battigia bagnata e avvolta nel crepuscolo ardente, un castello di sabbia guardava sicuro la marea danzante. 
Voltandosi verso la direzione di quel soffio caldo,  Isabel  raggiunse la simpatica creazione e si abbandonò al suo fianco.
Nell'eco malinconico dello strillio dei gabbiani in volo, fissava quel castello senza porte ne finestre.

E ricordavo mio padre, seduto sul molo con me piccina dietro a puntare l'infinito con il dito, in una fotografia perfetta di punti di vista dalla stessa prospettiva. Se per me quell'infinito aveva il volto di un grande Carnevale di luci e profumi, cosa avrà rappresentato per mio padre? Forse uno spazio limitato al visibile nel quale condividere con me il tempo di una vacanza al mare?

Poi, l'imbrunire. Prima che il rosso sangue diventasse carbone ormai spento,  Isabel  si mise a lavorare in fretta su quel castello di sabbia. 
Voleva che anche quel castello vedesse la luna lottare con le maree, e gli creò addosso due finestrelle ovali, sulla facciata rivolta al mare. Per fargli invece provare l'emozione di tanto sale sulle labbra, con un bastoncino scavò una porta, forse era più un ponte levatoio, di modo che potesse baciare l'acqua di mare tutti i giorni. Sui lati alti di fianco ai torrioni,  Isabel  solcò delle feritoie, fini aperture che potessero fargli sentire il suono delle onde e, quasi impercettibile, il canto delle sirene. Delle scarpe, per stare meglio eretto in quel punto molle del mondo, gliele calzò quasi subito: due gusci di cozza abbandonati poco più in là brillavano nel calare della sera. Ad averglieli patinati, sarebbero state le calzature più eleganti. In ultima, attraverso un saliscendi di tunnel incavati lungo tutto il corpo centrale, volle dargli respiro.
All'alba la brezza fredda avrebbe rispolverato quelle strade di sabbia e asciugato l'umidità della notte. 
Il suo castello, ora, era meraviglioso.

Si fece un bagno e poi, con il vento della sera, si asciugò. 
Si asciugò anche il castello di sabbia, che ora pareva argilla.
Come poteva far sì che rimanesse così intatto fino al giorno dopo?
Assorta, non vide il ragazzo che le passava accanto.

- "Deixe que o vento leve"
- "Cosa?" si girò di scatto verso di lui.
Il suo sorriso luminoso si accese davanti al suo stupore, allontandosi.

- "Lascia che il vento porti via, menina.."



sabato 21 novembre 2015

Nel gioco di luce di quel mattino...

...verde smeraldo parea il mio giardino
e io a te lì vicino ho toccato il cielo
con uno stelo verde come un bel telo o 
un velo, appeso a fili paralleli
che ci somigliano, noi due fedeli e
tu che speri di stare un'altra estate
su amache colorate in cui son state
le mie più belle giornate assieme a te
e so che c'è, un grande amore verso me
che di più grande davvero non ce n'è.

lunedì 16 novembre 2015

Gunpowder - 13.11.2015






Voglio pensare che la notte sia l'inizio di un'altra vita.

Nelle poche ore che mi separavano da te, l'acqua nel pentolino bolliva e le mie mani emozionate si inumidivano al suo vapore. Nell'infusore, foglie appallottolate verde scuro (gunpowder, ti piaceva giusto?) che sapevano di terra e polvere. La stufa, invece, spargeva profumo di aloe per tutta la cucina.
...e l'incenso avvolgeva le mie labbra, in un'estasi personale di speranza e di attesa mentre fuori il pomeriggio parigino si spegneva al suono dei tacchi veloci sul selciato dei Campi elisi. I violini malinconici ripetevano una melodia weimariana e i rami secchi erano spazzati via dalle macchine in corsa. La Tour Eiffel sfiorava la pancia della coltre avorio sulla cinta del cielo...e venne sera.
Sei entrato col ciuffo spettinato -che mi ricordava un'onda infrangersi sugli scogli-, la sciarpa nera abbandonata sul gessato grigio scuro; quel sorriso aperto e grande che mi ricordava ogni giorno il perchè t'avevo scelto. Avevi la valigetta di pelle che ti regalai per il tuo trentesimo compleanno, mi piaceva pensarti così, sorridente e realizzato: uomo con il mondo e bimbo indifeso con me (mi guardavi come disarmato, quando appoggiavi la testa sulla mia spalla e ringraziavi Dio -sei uno scienziato ma sei sempre stato anche molto religioso- di avermi conosciuta). Quella sera sei entrato e mi hai presa in braccio e tenendoti il collo con la testa all'indietro mi sono fatta riempire di baci.
Eravamo l'incoscienza dei vent'anni, avevamo la responsabilità dei trenta e i progetti di due adulti veri.
Avevamo il desiderio di tenerci la mano per altri quaranta, cinquant'anni almeno.
Sognavi una coperta blu in riva al mare ed io stretta a te.
Sognavi una pubblicazione da esporre nelle più grandi ecoles di tutta la Francia.
Sognavi di rientrare a Praga, laddove siamo nati (e avere tanti bambini, per farli diventare dei grandi scienziati come te)
Sognavi di cantare (perchè sapevi fare anche quello) per chiedermi di sposarti alla fine del tuo più grande concerto.

Te ne sei andato e le tue mani erano ancora calde. Il mio tè, finito.
Alle dieci ho sentito dei forti colpi attraversare Parigi. Fuochi d'artificio allo stadio, fuochi dalla discoteca e di fronte al ristorante austriaco? ...petardi per festeggiare un normale venerdì sera?
Stavi ascoltando il tuo gruppo preferito e non avevo potuto raggiungerti. Mi scrivevi che avrebbero suonato a Praga, a casa nostra, il mese prossimo e che ci saremo andati.

...venni spinta per terra da una miriade di gente che correva: dappertutto divise gialle e nere, e camionette e sirene della polizia. Gunpowder. Giù il rosso vivo del sangue, su il grido di morte degli spiriti che venivano a portare via.
A portare via chi?
Dov'eri?
Mostravo una grande foto di te, era piegata in quattro nel mio portafoglio, e mi muovevo come Veronica di fianco al Cristo in calvario. Spaventata e attenta.
- Il est mort, il est mort!- il vento freddo mi spinse via la sciarpa dal viso, ora le mani che tendevano la foto si erano fatte viola e le ginocchia non sostennero il mio peso. Penso di essermele rotte cadendo a peso morto sul pavimento coperto...d'acqua? Il tuo volto vuoto era rivolto verso il mio mentre battevo la testa spinta da chi fuggiva (da cosa?)
Non sorridevi più.
Se ho urlato, amore mio, è perchè speravo le tenebre mi sentissero, perchè mi venissero a prendere così come hanno fatto con te. Ho gridato così forte senza però riuscire a svegliarti!

La strage di Parigi ha reciso centinaia di rose bianche immobili sul viale più bello della vita.
A chi rimane non importano più i perchè, perchè niente donerà altra linfa a quelle rose sacrificate simbolo di una gioventù in marcia verso un futuro, europeo e migliore.