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giovedì 19 novembre 2009

Carmen - Bizet

“La porta si apriva direttamente sul vasto salone da ballo. Una debole luce dava all'ambiente l'atmosfera di una veglia funebre. Niente a che fare con la luce soffusa e sensuale in cui si agitava una volta la frenesia del tango e della habanera, lasciando nell'aria quell'odore di fumo, di sudore e di donna che trascinava e smarriva i ballerini…”

Questi pochi versi sono tratti dal breve racconto di Jorge Luis Borges, “Hombre de la esquina rosada” (L’uomo della casa rosa), che mai mi stancherò di leggere: un esempio di scenario argentino, immerso nei termini colorati del lunfardo, il dialetto di Buenos Aires. Storia di gauchos, di barrios, di delitti e di onori… di tanghi e di milonghe.
Insomma, uno spettacolo di tradizioni e colori che esprime tutto se stesso a partire dalla musica e in questo caso dall’ Habanera, un’antica danza di origini cubane che viene adottata anche da Bizet, nella famosa “Carmen”.

Carmen è gitana, giovane donna che corre tra i viottoli illuminati della terra di Siviglia, leggera sui suoi zoccoli di legno, coperta da scialli neri come i lunghi capelli che le arrivano poco sopra la vita. Rumorosa mentre cammina danzando, con perle rosse al collo e medaglioni brillanti che
tamburellano l’uno in ritmo perfetto con l’altro.



E’ proprio la sua comparsa in scena ad essere introdotta dall' habanera (“L’amour est un oiseau rebelle”): Carmen canta e balla con disinvoltura davanti agli uomini che attendono solo di vederla scivolare tra il rosso di una gonna e di un ventaglio, gettando loro qualche tenero fiore.
Lei è una zingara amata, desiderata quasi quanto la vittoria immediata del torero sul toro, nei confini di un’arena dorata con una folla imperlata di fiori e rose rosse che è pronta a scagliare sopra alla sagoma nera e macchiata di sangue del toro a terra.
Il torero Escamillo è stretto nel suo traje de luz giallo, nero e rosso e sembra dedicare l’ennesima vittoria nella corrida alla bella zingara, che applaude in un tintinnare di gioielli, in un rumore di tacchi, in un applauso esaltato.
Si percepisce l’impeto del crudele gioco che annulla ogni altro sentimento; la morte del toro è mischiata e sopraffatta dall’orgoglio del vincitore che esce dall’arena abbracciando la gitana, in uno sfondo di sole, fiori, colori.


Un consiglio? Guardatevi il fedelissimo film a questo dramma, “Carmen”, del regista Francesco Rosi, anno 1984. Entro breve posterò qualcosa su di un secondo film più recente, sempre sulla Carmen.

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