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giovedì 29 ottobre 2015

Agustina


 

Agustina, figlia orfana di padre, era nata tra l'odore del pesce e degli aranci calpestati nel borgo antico di Mendoza. 
Quel mattino in cui sua madre, Dona Elena, perse i sensi accasciandosi a terra per i dolori del parto, Agustina spalancava gli occhi a mani sporche e a sguardi stupefatti. La creatura era uscita dal grembo di sua madre già grande, con un ciuffo di capelli neri che bagnato le sfiorava gli occhi lunghi e stretti. La sua pelle era candida e le sue labbra rosa quasi già pronte al bacio.  Non piangeva, l'unica cosa che emise venendo al mondo fu un sospiro di consolazione ed impazienza. 
Agustina crebbe sola, senza più alcuna attenzione su di lei (ormai dieci anni erano passati da quel mattino) accompagnata solamente dall'inseparabile Gordita, la gatta pigra di sua nana Tita, che usciva solamente se portata in braccio. Si imbatteva così nelle grandi reti del porto, nell'odore del pesce ancora vivo ammassato sui banconi di legno umidi della calle a ridosso del mare aperto, nei ragazzi color carbone che veloci correvano coi carretti della frutta. Augustina si imbatteva in tutto questo da sempre senza volerlo, semplicemente capitandoci a caso, tranne che per la piazzola dietro al teatro rionale. Lì ci andava quasi a testa bassa, sollevandosi la gonna lunga con la mano per non portarsela sotto ai piedi (i sandalini col tacco alto 3 cm non bastavano a staccare la gonna da terra) e con lo sguardo sognante entrava in quell'atmosfera ancestrale di cantos hondos, di piroetas, di lamento andaluzo
Il flamenco portava in sè tutto ciò che Agustina non avrebbe mai potuto dire. Era nata muta, ma il suo cuore gettava fuori dagli occhi ciò che le ribolliva dentro. Una dolcezza stanca, uno sguardo curioso e triste, una camminata insicura ma veloce, un'amarezza pesante che le divorava il cuore dal giorno in cui nacque.
In quella piccola piazza giovani donne dai capelli neri raccolti in grandi chignon fermati da forcine e fermagli rivolgevano a lei il loro miglior profilo. Quella sera dieci sedie erano disposte a cerchio, quattro uomini e sei donne sedevano con le mani appoggiate alle ginocchia, in un silenzio sacro...quasi naturale, ovviamente secondo Agustina. A turno si alzavano, le donne sollevavano le gonne lunghe, puntavano il piede sinistro al pavimento, alzavano al cielo scuro il braccio destro e lei poteva vedere di fianco a sè quel profilo marmoreo di nasi dritti ed aquilini, di labbra rosse e rivoli di sudore dai capelli color ebano. Si animavano al suon delle loro voci, delle loro urla ansimanti e vigorose accompagnate dalla mano veloce che batteva il petto con un pugno, poi il capo chino e il volto sul pugno. Gli uomini raccoglievano i capelli negli stessi chignon e trattenendo il respiro battevano il tacco dello stivale con armonica frenesia, come lancette d'orologio amplificate e rapide. Agustina lasciava che Gordita si accoccolasse su di una delle loro sedie vuote, mentre lei forzava un rantolo dolorosissimo che le veniva dal sangue e con quel sangue caldo si alzava e, mettendosi a fianco delle bailarinas, muoveva i sandali al loro passo.
Agustina divenne grande e bella, Gordita vecchia e ancora più lenta, la piazza rionale era l'unica a non cambiare. 
Un giorno un giovane regista che si trovava a camminare per Mendoza la puntò, la guardò inarcare la schiena e sensualissima stringere la mano emettendo l'unico suono che poteva emettere: se ne innamorò e la portò a ballare per tutte le capitali del Latino America. Dal loro amore venne concepita Concha, che tradotto significa Conchiglia. 
Il suo nome fu profetico: Concha divenne una ballerina di flamenco conosciuta in tutto il mondo, era bellissima e sorda. Raccontava a tutti di aver miracolosamente percepito il suono del cante hondo da una conchiglia raccolta sulla spiaggia di Sao Paulo, all'età di tre anni.

Fotografia originale: Dimitri Kessel / Cuevas del Sacromonte, Granada 1946.



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