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lunedì 16 novembre 2015

Gunpowder - 13.11.2015






Voglio pensare che la notte sia l'inizio di un'altra vita.

Nelle poche ore che mi separavano da te, l'acqua nel pentolino bolliva e le mie mani emozionate si inumidivano al suo vapore. Nell'infusore, foglie appallottolate verde scuro (gunpowder, ti piaceva giusto?) che sapevano di terra e polvere. La stufa, invece, spargeva profumo di aloe per tutta la cucina.
...e l'incenso avvolgeva le mie labbra, in un'estasi personale di speranza e di attesa mentre fuori il pomeriggio parigino si spegneva al suono dei tacchi veloci sul selciato dei Campi elisi. I violini malinconici ripetevano una melodia weimariana e i rami secchi erano spazzati via dalle macchine in corsa. La Tour Eiffel sfiorava la pancia della coltre avorio sulla cinta del cielo...e venne sera.
Sei entrato col ciuffo spettinato -che mi ricordava un'onda infrangersi sugli scogli-, la sciarpa nera abbandonata sul gessato grigio scuro; quel sorriso aperto e grande che mi ricordava ogni giorno il perchè t'avevo scelto. Avevi la valigetta di pelle che ti regalai per il tuo trentesimo compleanno, mi piaceva pensarti così, sorridente e realizzato: uomo con il mondo e bimbo indifeso con me (mi guardavi come disarmato, quando appoggiavi la testa sulla mia spalla e ringraziavi Dio -sei uno scienziato ma sei sempre stato anche molto religioso- di avermi conosciuta). Quella sera sei entrato e mi hai presa in braccio e tenendoti il collo con la testa all'indietro mi sono fatta riempire di baci.
Eravamo l'incoscienza dei vent'anni, avevamo la responsabilità dei trenta e i progetti di due adulti veri.
Avevamo il desiderio di tenerci la mano per altri quaranta, cinquant'anni almeno.
Sognavi una coperta blu in riva al mare ed io stretta a te.
Sognavi una pubblicazione da esporre nelle più grandi ecoles di tutta la Francia.
Sognavi di rientrare a Praga, laddove siamo nati (e avere tanti bambini, per farli diventare dei grandi scienziati come te)
Sognavi di cantare (perchè sapevi fare anche quello) per chiedermi di sposarti alla fine del tuo più grande concerto.

Te ne sei andato e le tue mani erano ancora calde. Il mio tè, finito.
Alle dieci ho sentito dei forti colpi attraversare Parigi. Fuochi d'artificio allo stadio, fuochi dalla discoteca e di fronte al ristorante austriaco? ...petardi per festeggiare un normale venerdì sera?
Stavi ascoltando il tuo gruppo preferito e non avevo potuto raggiungerti. Mi scrivevi che avrebbero suonato a Praga, a casa nostra, il mese prossimo e che ci saremo andati.

...venni spinta per terra da una miriade di gente che correva: dappertutto divise gialle e nere, e camionette e sirene della polizia. Gunpowder. Giù il rosso vivo del sangue, su il grido di morte degli spiriti che venivano a portare via.
A portare via chi?
Dov'eri?
Mostravo una grande foto di te, era piegata in quattro nel mio portafoglio, e mi muovevo come Veronica di fianco al Cristo in calvario. Spaventata e attenta.
- Il est mort, il est mort!- il vento freddo mi spinse via la sciarpa dal viso, ora le mani che tendevano la foto si erano fatte viola e le ginocchia non sostennero il mio peso. Penso di essermele rotte cadendo a peso morto sul pavimento coperto...d'acqua? Il tuo volto vuoto era rivolto verso il mio mentre battevo la testa spinta da chi fuggiva (da cosa?)
Non sorridevi più.
Se ho urlato, amore mio, è perchè speravo le tenebre mi sentissero, perchè mi venissero a prendere così come hanno fatto con te. Ho gridato così forte senza però riuscire a svegliarti!

La strage di Parigi ha reciso centinaia di rose bianche immobili sul viale più bello della vita.
A chi rimane non importano più i perchè, perchè niente donerà altra linfa a quelle rose sacrificate simbolo di una gioventù in marcia verso un futuro, europeo e migliore.

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